home
HOME




1
Fig. 1. F. Colonna, Minus cognitarum rariorumque nostro coelo orientium stirpium… Roma 1616, p. 65.




2
Fig. 2. Pagina dell’erbario di Padre Gregorio da Reggio (Department of Plant Sciences, Oxford University).




3

Fig. 3. Pagina dell’erbario di Padre Gregorio da Reggio (Department of Plant Sciences, Oxford University).




4

Fig. 4. Ritratto di Ulisse Aldrovandi settantaquattrenne, nel vol. I della sua Ornithologia (1599).




5

Fig. 5. BUB, Fondo Aldrovandi, Tavole di animali.




6

Fig. 6. BUB, Fondo Aldrovandi, Tavole di animali.




7

Fig. 7. BUB, Fondo Aldrovandi, Tavole di animali.




8

Fig. 8. BUB, Fondo Aldrovandi, Tavole di animali.




9

Fig. 9. BUB, Fondo Aldrovandi, Tavole di animali.




10
Fig. 10. BUB, Fondo Aldrovandi, Tavole di animali, vol. VII, c. 70: raffigurazione doppia di un insetto mantoideo donato da Gregorio Cappuccino.




11

Fig. 11. BNCR, Fondi Minori, Varia, 178.




12

Fig. 12. BNCR, Fondi Minori, Varia, 178.




13

Fig. 13. Ritratto di Jacopo Zanoni in Rariorum stirpium historia… (1742).




14

Fig. 14. Frontespizio dell’Istoria botanica di Jacopo Zanoni.




15

Fig. 15. J. Zanoni, Istoria botanica, Bologna 1675, p. 21.




16

Fig. 16. J. Zanoni, Rariorum stirpium Historia Ex parte olim edita, Bologna 1742, p. 41.




17

Fig. 17. J. Zanoni, Rariorum stirpium Historia Ex parte olim edita, Bologna 1742, p. 90.




18

Fig. 18. Da Hendrik van Reede tot Draakenstein, Hortus Indicus Malabaricus.




19

Fig. 19. Tavola da Hendrik van Reede tot Draakenstein, Hortus Indicus Malabaricus.




20

Fig. 20. Tavola da Hendrik van Reede tot Draakenstein, Hortus Indicus Malabaricus.




21

Fig. 21. Tavola da Hendrik van Reede tot Draakenstein, Hortus Indicus Malabaricus.




22

Fig. 22. BMLFi, Ms Redi 186, c. 8.




23

Fig. 23. BMLFi, Ms Redi 186, c. 40.




24

Fig. 24. BMLFi, Ms Redi 186, c. 95.




25

Fig. 25. BMLFi, Ms Mediceo Palatino 291-8.




26

Fig. 26. BMLFi, Ms Mediceo Palatino 291-8.




27

Fig. 27. BMLFi, Ms Mediceo Palatino 291-8.




28

Fig. 28. BMLFi, Ms Mediceo Palatino 291-8.




29

Fig 29. BCF, Autoritratto di Padre C. Majoli.




30

Fig. 30. Decade di alberi curiosi ed eleganti piante delle Indie Orientali, e dell’America ultimamente fatte già note dal celebre Sig. Dottore Giovanni Hill. Dall’Idioma Inglese, ridotta all’Italiana Favella, Roma 1786: tavola disegnata e incisa da Padre C. Majoli.




31

Fig. 31. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




32

Fig. 32. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




33

Fig. 33. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




34

Fig. 34. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




35

Fig. 35. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




36

Fig. 36. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




37

Fig. 37. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




38

Fig. 38. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




39

Fig. 39. BCF, Disegno di Padre C. Majoli.




40

Fig. 40. BCF, Da C. Majoli, I mesi vegetabili dell’Anno delle Mura e Fosse della Città di Forlì.




41

Fig. 41. BCF, Da C. Majoli, I mesi vegetabili dell’Anno delle Mura e fosse della Città di Forlì.




42

Fig. 42. Da A. Seba, Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio, Amsterdam 1734-1765.




43

Fig. 43. Da A. Seba, Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio, Amsterdam 1734-1765.




44

Fig. 44. Da A. Seba, Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio, Amsterdam 1734-1765.




45

Fig. 45. Da A. Seba, Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio, Amsterdam 1734-1765.




46

Fig. 46. MSNPr, Preparati del Padre J. B. Fourcault.




47

Fig. 47. MSNPr, Preparati del Padre J. B. Fourcault.




48

Fig. 48. MSNPr, Preparati del Padre J. B. Fourcault.



Lo studio e la raffigurazione della natura all’interno degli ordini religiosi: alcuni esempi dell’età moderna

Giuseppe Olmi

Che nel Medioevo e nell’età moderna vi sia stata un’alta percentuale di religiosi tra coloro che fornirono importanti contributi nei campi delle lettere e delle scienze è certamente un dato ben noto e che va messo in stretta connessione soprattutto con la posizione prima di assoluto monopolio e poi di forte predominanza che la Chiesa deteneva nel campo dell’istruzione e dei cui effetti beneficiarono in primo luogo coloro che avevano intrapreso una carriera ecclesiastica. Forse un poco più sorprendente è scoprire – se è giusto quanto scriveva un secolo fa Daniel Mornet a proposito della Francia -che i religiosi rappresentavano una quota del 50% anche tra coloro che ancora nel Settecento (cioè nell’epoca dei Lumi e della Ragione) erano attivi nel settore che qui più specificatamente ci interessa, quello della storia naturale[1].

In questa sede mi soffermerò, attraverso tre esempi, sull’attività di studio e di raffigurazione della natura svolta all’interno degli ordini religiosi, cioè del cosiddetto clero regolare. Ma prima di entrare nei dettagli vorrei fare un’osservazione d’ordine più generale. Non v’è dubbio che siano stati numerosi gli studiosi della natura appartenenti al clero regolare che pubblicarono opere importanti (quantomeno importanti e celebri ai loro tempi) contenenti puntuali analisi dei fenomeni naturali e pure riflessioni filosofiche sull’origine degli stessi: basterà qui ricordare autori come i gesuiti Juan Eusebio Nieremberg, Athanasius Kircher e Caspar Schott, il cistercense Paolo Boccone o Charles Plumier dell’ordine dei Minimi, esploratore, sul finire del secolo XVII, delle Antille. Tuttavia molto più rilevante fu la quota di quegli studiosi che non si avventurarono in teorizzazioni e sistematizzazioni e che si limitarono a essere infaticabili raccoglitori di fatti e di dati, tanto di tipo descrittivo che figurativo. Inoltre questi frati o monaci spesso non pubblicarono nulla o pubblicarono pochissimo delle loro ricerche e finirono per mettere a disposizione di altri più celebri naturalisti il frutto del loro lavoro, cioè quantità talvolta impressionanti di notizie, osservazioni e raffigurazioni relative a piante e animali. Tuttavia anche indagini di questo tipo, tutte fondate su una quotidiana esperienza e visione della realtà, e condotte da una vastissima, ancorché poco conosciuta comunità di studiosi – costituita oltre che da religiosi, da medici, speziali, erboristi, viaggiatori e curiosi e ramificata non solo in tutta Europa, ma anche nei possedimenti coloniali extraeuropei – furono d’importanza fondamentale; esse infatti costituirono la base sommersa dell’iceberg, senza la quale non avrebbe potuto esistere la punta costituita dalle opere dei grandi naturalisti quali Konrad Gessner, Pietro Andrea Mattioli, Ulisse Aldrovandi, ecc. In poche parole senza il continuo ed enorme flusso d’informazioni proveniente dalla base, la grande catalogazione, il grandioso censimento della natura, iniziato con il Rinascimento e proseguito lungo tutta l’età moderna, sarebbe stato certamente assai più lento e difficoltoso. Teniamo inoltre presente che molti di coloro che appartenevano ad ordini religiosi svolsero opera di evangelizzazione come missionari in America, Asia e Africa e quindi le loro informazioni relative a flore e faune sino a quel momento poco note o del tutto sconosciute erano particolarmente apprezzate ed anzi ritenute fondamentali dagli scienziati europei.

Stendere resoconti, anche iconografici, sulla natura delle terre nelle quali si trovavano ad operare era per lo più ritenuto da questi missionari un compito del tutto normale, che sentivano di dover svolgere al pari delle compilazioni di relazioni sugli indigeni, sui loro costumi, sul loro atteggiamento nei confronti della nuova fede cristiana, ecc. Ma se ben poco di questi resoconti fu dato alle stampe, o fu dato alle stampe sotto il nome di altri studiosi, lo si dovette non solo al fatto che gli evangelizzatori erano, nella maggior parte dei casi, dei cultori dilettanti o amatori di storia naturale, ma soprattutto al disinteresse verso questo tipo di informazioni dei superiori dei vari ordini religiosi, impegnati fra loro in una competizione che aveva come esclusivo obiettivo la conquista delle anime, e della stessa Propaganda fide, il dicastero che a Roma aveva il compito di organizzare tutta l’attività missionaria della Chiesa.

Per le loro caratteristiche i tre personaggi di cui ora tratterò possono essere visti come tipici rappresentanti della suaccennata base dell’iceberg sulla quale poggiava e da cui si alimentava la ‘grande’ storia naturale dell’età moderna[2]. Il primo, padre Gregorio da Reggio Emilia (una città a una sessantina di chilometri da Bologna) fu un frate cappuccino, di cui non sappiamo né il cognome della famiglia da cui proveniva, né la data di nascita (morì probabilmente nel 1618). Non è stato facile per me gettare luce (pur se una luce ancora piuttosto fioca) su questo personaggio, anche perché le scarse notizie su di lui raccolte precedentemente dagli storici risalivano agli inizi del secolo scorso. Inoltre questo frate non pubblicò nulla, almeno direttamente (solo un suo breve trattatello sui peperoni – di cui il frate coltivava numerose varietà, almeno venticinque, nel giardino del convento di Bologna – inviato a Clusio con 13 immagini delle piante, fu pubblicato da quest’ultimo e andò ad occupare in tutto sette pagine delle Curae posteriores apparse nel 1611) e dunque poteva sembrare a prima vista un personaggio di nessuna rilevanza o di scarsa rilevanza nel campo delle scienze naturali. Uno dei motivi che mi hanno spinto ad approfondire le conoscenze su di lui è stato il rinvenimento della citazione del suo nome, sempre accompagnata da espressioni di lode, nelle opere e nelle lettere di numerosi e importanti naturalisti europei quali Ulisse Aldrovandi, Carolus Clusius, Fabio Colonna, Prospero Alpino, Giovanni Pona, Caspar Bauhin. Oltre a elogiarlo come ottimo conoscitore e studioso della realtà naturale («naturalium rerum per quam studiosissimus, et peritissimus» e «grandissimo Semplicista» lo definirono, per esempio, Colonna e Pona), tutti questi scienziati espressero i loro sentiti ringraziamenti a padre Gregorio per l’aiuto da lui fornito alle loro ricerche, aiuto consistente nell’invio di informazioni, disegni, insetti e piante essiccate «inter chartas». Fabio Colonna, pubblicando nella sua opera Minus cognitarum Pars altera (1616) le immagini delle piante avute in dono dal cappuccino, oltre a menzionarlo nel testo, appose pure il suo nome direttamente sull’incisione (Fig. 1)

Inizialmente padre Gregorio divenne studioso della natura e, in particolare, del regno vegetale probabilmente per motivi pratici. Egli infatti svolgeva, all’interno di vari conventi dell’area emiliano-romagnola, il compito di «speziale» e «infermiere» e dunque ciò significa che egli doveva conoscere bene le caratteristiche e le proprietà di piante, animali e minerali, per poterli utilizzare nei farmaci da somministrare ai confratelli ammalati. Oltre ad occuparsi dei giardini conventuali, ogni anno era solito compiere viaggi, anche lunghi e soprattutto in regioni montuose, per erborizzare; sappiamo che valicò più volte pure le Alpi recandosi in Austria e nella Germania meridionale. Un risultato di queste sue escursioni scientifiche fu la composizione di un erbario secco, una parte almeno del quale è giunta sino a noi ed è oggi conservata nel Department of Plant Sciences dell’Università di Oxford (Fielding-Druce Herbarium: Herbarium Diversarum Naturalium). Si tratta di un volume di poco più di 180 pagine, su ognuna delle quali sono state fissate con piccole strisce di carta una o più piante secche, per un totale di circa 300. Le piante sono accompagnate da etichette incollate, sulle quali padre Gregorio, oltre ai nomi delle essenze vegetali, ha fornito altre indicazioni quali i riferimenti ai passi degli autori che già di esse avevano trattato, l’habitat, l’epoca della fioritura, i tempi e i luoghi del ritrovamento (Figg. 2-3)

Da varie sue lettere apprendiamo che il cappuccino era solito inviare agli altri studiosi anche disegni di piante e animali, probabilmente da lui personalmente eseguiti. Ne inviò per esempio a Clusius e soprattutto all’Aldrovandi, professore di storia naturale all’Università di Bologna (Fig. 4). Certamente padre Gregorio sapeva bene che Aldrovandi apprezzava particolarmente la documentazione di tipo iconografico, dal momento che per lui le figure erano il miglior strumento di conoscenza della natura e di trasmissione poi di tale conoscenza. Nel corso della sua vita lo scienziato ricevette da tutta Europa fogli con raffigurazioni di animali, piante e minerali, molti altri li fece eseguire dagli artisti che aveva alle sue dipendenze (Figg. 5-9): in tal modo arrivò a formare un grandioso archivio iconografico della natura composto da ben 8.000 fogli (quasi 3.000 sono ancora oggi conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna). Purtroppo all’interno di questa vasta raccolta di disegni non è stato possibile identificare quelli di padre Gregorio (ci sono disegni di animali o piante ricavati da esemplari inviati dal frate, che Aldrovandi fece eseguire ai suoi pittori (Fig. 10), ma, appunto, non raffigurazioni sicuramente attribuibili al religioso. Peraltro ritengo che sarà assai arduo anche in futuro trovare disegni del frate, perché molto probabilmente si trattava di schizzi a matita o inchiostro piuttosto rudimentali e quindi è logico pensare che Aldrovandi li abbia fatti rifare all’acquerello da qualcuno degli artisti al suo servizio.

Quasi nello stesso anno della morte di fra Gregorio, nacque vicino a Napoli il secondo personaggio di cui voglio parlare, Pietro Foglia. Dopo essersi laureato in medicina entrò nell’ordine dei Carmelitani scalzi prendendo il nome di Matteo di San Giuseppe. Nel 1644 partì come missionario per l’Oriente, area nella quale, sin dagli inizi del secolo, il suo ordine era fortemente impegnato nell’opera di apostolato. Non fece più ritorno in Italia, neppure per brevi periodi, e morì nella penisola indiana nel 1691. Inizialmente operò in Palestina, Libano e Siria, poi si spostò nelle colonie portoghesi di Thatta e Diu, nel Golfo di Cambay e quindi più a sud dell’India nel Malabar, territorio anch’esso dominato dai portoghesi. Nel 1663 gli olandesi conquistarono la città di Cochin e quindi scacciarono i portoghesi ed espulsero tutti i missionari cattolici. Anche padre Matteo inizialmente si trasferì in Siria, ma nel 1668, unico caso, ebbe dagli olandesi il permesso di rientrare nel Malabar. Questo atteggiamento favorevole degli olandesi nei suoi confronti non fece che incentivare ulteriormente i sospetti e le critiche che già si erano levati nei confronti di padre Matteo all’interno del suo stesso ordine. Infatti, già incolpato di essere di carattere troppo indipendente, uno spirito ribelle che mal sopportava le regole e che sovente disobbediva ai suoi superiori, egli venne anche sospettato di eresia.

Durante tutta la sua vita da missionario, padre Matteo continuò, grazie a un permesso papale, ad esercitare la medicina soprattutto in favore delle popolazioni indigene. È quindi assai probabile che sia stato proprio per la necessità di trovare le sostanze medicamentose e di conoscerne gli effetti che egli abbia sviluppato un forte interesse per il mondo della natura, soprattutto per quello vegetale. Già durante il suo soggiorno in Libano il carmelitano aveva iniziato a eseguire disegni a inchiostro nero di piante per soddisfare la richiesta di Jacob van Gool, fratello del suo superiore in convento, professore di lingue orientali a Leida, interessato però anche alla botanica. Furono questi gli inizi di una lunga e indefessa attività di illustratore di piante, che si concretizzò in numerosi volumi manoscritti in cui centinaia, probabilmente migliaia, di essenze vegetali vennero, se pur piuttosto rozzamente, disegnate. Nel corso dei suoi frequenti spostamenti nel Levante egli non perse occasione per osservare le essenze vegetali, soprattutto quelle di uso terapeutico, schizzandole rapidamente e prendendo appunti sulle loro proprietà, secondo quanto gli veniva riferito dagli abitanti dei diversi luoghi da lui regolarmente consultati. Quando, nella stagione delle piogge o per riposarsi dalle fatiche, doveva fermarsi in qualche luogo replicava in forma migliore, utilizzando anche il dono di una straordinaria memoria, i primitivi schizzi. Compose, per esempio, un’opera in otto volumi con più di mille disegni intitolata Viridarium Orientale, parte della quale cercò di far pubblicare in Europa, purtroppo senza successo. Vi sono buoni motivi per ritenere che un grosso volume in folio (frutto della rilegatura di due libri un tempo separati, ognuno dei quali presenta una propria numerazione di pagine) conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, costituisca appunto quella parte del Viridarium che il religioso tentò di dare alle stampe (Figg. 11-12)

Attraverso vari confratelli missionari che rientravano in patria, altre opere illustrate di padre Matteo incominciarono a circolare in Italia. In particolare tra il 1669 e il 1671 Giacomo Zanoni, speziale e soprintendente dell’orto botanico di Bologna (Fig. 13), entrò in possesso di vari volumi composti dal carmelitano. Dai disegni in essi presenti egli fece ricavare delle incisioni che poi pubblicò nella sua opera Istoria botanica del 1675 (Figg. 14-15). L’opera venne poi ristampata, ampliata e in traduzione latina, dal botanico Gaetano Monti nel 1742 (Fig. 16) il quale pubblicò anche molte altre incisioni tratte di nuovo da disegni di padre Matteo, che Zanoni non aveva precedentemente utilizzato (Fig. 17). Fu grazie a Zanoni, che nel suo testo citò e lodò ripetutamente le ricerche botaniche di padre Matteo, che il nome del carmelitano iniziò ad essere conosciuto tra i naturalisti europei. Ma di lì a poco i meriti del religioso sarebbero stati ancor più esplicitamente riconosciuti in un’opera di maggiori dimensioni e di più ampia diffusione, stampata ad Amsterdam fra il 1678 e il 1693, l’Hortus indicus malabaricus (Fig. 18).

Tra i tanti problemi che la Compagnia delle Indie Orientali olandese (VOC) si trovò ad affrontare nei possedimenti coloniali, vi fu quello degli alti costi che comportava l’importazione dall’Europa delle sostanze medicinali, delle quali vi era sempre grande necessità, dato che nelle nuove terre, con climi così diversi, notevoli erano, per i dipendenti della Compagna stessa, le possibilità di contrarre malattie. Sul finire del sesto decennio del secolo XVII, la potente istituzione olandese incoraggiò pertanto una serie di ricerche per individuare nei possedimenti asiatici medicine, usate anche dagli indigeni, che potessero sostituire quelle europee. Fu questo lo scopo principale che spinse anche Hendrik Adriaan van Reede tot Drakenstein comandante olandese del Malabar dal 1670 al 1677, ad avviare uno studio dettagliato della flora locale avvalendosi in primo luogo della consulenza di padre Matteo con il quale aveva stretto un solido legame di amicizia; studio destinato a sfociare appunto nei 12 volumi riccamente illustrati, dell’Hortus indicus malabaricus (Figg. 19-21). Il carmelitano, che mise a disposizione di van Reede i numerosi schizzi di piante di cui era in possesso, accompagnati dalle descrizioni delle proprietà medicinali delle foglie, dei fiori e dei frutti, venne meritatamente definito dall’amico olandese nella Prefazione del terzo volume «conditor», cioè «fondatore» dell’opera.

Non ci sono pervenuti i disegni originali di padre Matteo per quest’opera e comunque sappiamo che van Reede fece in un secondo momento raffigurare nuovamente le piante, perché dagli schizzi a inchiostro piuttosto rozzi del carmelitano era assai difficile ricavare incisioni scientificamente efficaci.

Recentemente ho trovato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze altra documentazione relativa all’attività di padre Matteo come illustratore della natura. Il primo documento è un album con oltre un centinaio d’immagini di essenze vegetali. In sedici di esse compaiono anche animali, per lo più serpenti, probabilmente perché degli esiti del morso di quelli velenosi i medici si dovevano frequentemente occupare nella realtà indiana. Al verso dei fogli sono descritte brevemente le caratteristiche e le virtù medicinali delle piante (Figg. 22-24). Nella stessa biblioteca fiorentina si trovano altri 7 volumi manoscritti dovuti indubbiamente, sulla base della scrittura e della tecnica di raffigurazione, a padre Matteo. In questi volumi le immagini delle piante presentano la particolarità di essere alternate e talvolta frammischiate ad altre figure rappresentanti beati, Cristo in croce, demoni, ecc., nonché a citazioni dai testi sacri, massime  e riflessioni di tipo religioso (25-28). Si tratta certo di un’opera dall’impianto molto singolare, tutta basata sulla commistione di sacro e profano, scienza e fede, realtà celeste e realtà terrena. Probabilmente si tratta di taccuini personali nei quali, quando, stanco, la sera, si ritirava nella sua dimora, padre Matteo riportava il frutto delle sue quotidiane osservazioni del mondo vegetale e inoltre ribadiva, come sforzo anche per rafforzarle, le sue convinzioni d’ordine religioso, in primo luogo quella che attraverso lo studio delle creature fosse più facile rafforzare la fede nel Creatore: «Creata omnia scalae sunt ad Deum».

Se padre Matteo non riuscì a pubblicare qualcosa delle sue ricerche botaniche fu anche o soprattutto perché alla copiosa documentazione figurativa egli non riuscì mai ad accompagnare quegli adeguati testi descrittivi che, oltre alle immagini, sarebbero stati indispensabili ai futuri lettori per identificare correttamente le piante e apprenderne le proprietà. Questa stessa insufficienza d’indagine analitica, questa difficoltà nello svolgere la ricerca anche su un piano più teorico e sistematico caratterizzò in parte pure il lavoro del gerolimino Cesare Majoli (Fig. 29), nato a Forlì nel 1746 e cioè in quella stessa terra padana che aveva dato i natali a padre Gregorio da Reggio e all’Aldrovandi, una terra in cui da sempre è stato forte il legame con la natura, in cui, sin dal tardo Medioevo, anche nel campo dell’arte, della pittura e della scultura, è stata notevole l’attenzione per la realtà naturale[3].

Questo religioso era dotato di buone ed eclettiche capacità artistiche e manuali, che gli consentirono di praticare il disegno, l’arte dell’affresco e del mosaico e l’incisione su rame e pure di costruire macchine di fisica, telescopi, microscopi e lenti. Anche studiare la natura per lui voleva dire soprattutto ricorrere – sono parole sue – «all’opera della mano», cioè raffigurarla, fissarne e immortalarne le molteplici forme all’acquerello sulla carta.

Anche Majoli pubblicò pochissimo. A lui si deve la traduzione nel 1786 della piccola opera (una ventina di pagine con 10 tavole) dell’inglese John Hill A decade of curious and elegant trees and plants, comparsa a Londra nel 1773. In essa, oltre a contribuire alla realizzazione dell’apparato iconografico con i disegni di tutte le 10 piante e le incisioni di 3 di esse (Fig. 30), egli si limitò ad aggiungere alcune note alla traduzione del testo originale.

Ma la maggior parte del tempo della sua vita (nella quale fu importante il decennio degli anni Ottanta trascorso a Roma) egli lo spese raffigurando animali, piante e minerali, o meglio a comporre opere di storia naturale nelle quali le figure avevano un ruolo preponderante, anzi spesso soverchiante, rispetto al testo. Si tratta di un materiale di enormi proporzioni (ancor oggi non quantificabili) e tutto rimasto allo stato di manoscritto. Nella Biblioteca di Forlì sono oggi conservati una settantina di volumi contenenti circa 5000 figure (Figg. 31-39). Ma molte altre opere, della cui esistenza siamo certi, sono andate perdute o sono comunque oggi introvabili; altre continuano a comparire sul mercato antiquario come i 2 voll in 8° con più di 160 figure intitolati I dispersi raccolti. Osservazioni entomologiche o le Lezioni teorico-pratiche di botanica in 21 volumi in folio con ben 1800 figure vendute da Christie nel 2004 per ca. 78.000 dollari.

Majoli ha della botanica una visione un po’ arretrata, poiché non la concepisce come una scienza del tutto autonoma, bensì ancora al servizio della medicina. Lo dimostra anche un’opera in tre piccoli volumi intitolata I mesi vegetabili dell’Anno delle Mura e Fosse della Città di Forlì nella quale egli ha ritratto oltre 400 vegetali che «spontaneamente» nascevano sulle mura e nei fossati di Forlì (Figg. 40-41). L’opera era diretta in primo luogo agli speziali e agli addetti alla compilazione delle farmacopee (ma probabilmente anche a tutti coloro che in ambito domestico avevano l’esigenza di combattere qualche malattia) affinché fossero in grado di riconoscere le piante dotate di poteri terapeutici, rendendoli in particolare «capaci di riconoscere i prodotti locali e ad utilizzarli allorché bisognava sopperire alla mancanza di essenze vegetali esotiche».

Accanto ad ognuna delle figure, Majoli ha provveduto a fornire una scheda in cui compaiono i nomi della pianta (quello latino secondo la classificazione linnaeiana e quello in vernacolo), il luogo preciso in cui cresceva, le sue proprietà (astringente, diuretica, sudorifera, etc.) e le malattie verso le quali si mostrava efficace. Talvolta lo scienziato si è spinto a stendere, basandosi evidentemente sulla propria esperienza personale, vere e proprie ricette, nelle quali compaiono dati e dosi relativi alla preparazione delle medicine.

Anche queste ultime immagini con le incorniciature delle piante, dimostrano, oltre a quella di fornire informazioni scientifiche, l’intenzione dell’autore di raggiungere anche dei risultati decorativi, esteticamente piacevoli. D’altra parte è noto che nel Settecento l’illustrazione naturalistica raggiunse vertici di bellezza, eleganza e raffinatezza prima sconosciuti, giungendo in non pochi casi a trasformare i libri di storia naturale in pregevoli oggetti d’arte, come tali, quindi, ricercati e apprezzati, per es. dai collezionisti di stampe. Una tendenza, questa, di cui sovente gli scienziati si lamentavano, perché di fatto finiva per rendere impossibili da acquistare per loro i libri (come il Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio dello speziale olandese Albert Seba), a causa del prezzo troppo elevato (Figg: 42-45).

L’ultimo caso al quale in conclusione voglio far cenno, non riguarda l’illustrazione naturalistica, ma si tratta comunque di un modo di presentare gli esemplari della natura, più in specifico gli animali, in cui arte e scienza erano strettamente connesse, in cui gli aspetti estetici giuocavano un ruolo rilevante. Nel 1763 il duca di Parma e Piacenza Filippo di Borbone chiamò a corte a ricoprire la carica di ornitologo il francese Jean Baptiste Fourcault (1719-1775) dell’ordine dei Minimi, nato in Borgogna, a Fontaine Française, vicino a Digione[4]. Il Fourcault, che nulla pubblicò, ebbe come «sua passione dominante» lo «studio» e soprattutto «la preparazione degli ucelli»: possedeva infatti straordinarie doti di tassidermista, per le quali divenne celebre, venendo ammesso a varie Accademie europee, sia scientifiche, che artistiche. Già in Francia si era segnalato per l’abilità e la spettacolarità con la quale aveva allestito il gabinetto di storia naturale del proprio convento e quello di vari ‘amatori’ di storia naturale di Lione. Dentro a grandi «vetrine dipinte, e dorate», provviste di «grandi Cristalli di Boemia», egli aveva disposto gli animali conferendo loro varie «pose naturali» e talvolta in modo tale che gli stessi rappresentassero le «favole, istruttive, e graziose» di Fedro e fornissero pertanto degli insegnamenti morali. A Parma gli riuscì poi, grazie a un metodo tenuto segreto che si portò nella tomba, di introdurre uccelli e altri animali entro cilindri di vetro aventi orifizi del diametro «otto, e dieci volte» più piccoli degli stessi volatili (Figg. 46-48). Secondo una fonte dell’epoca in questi preparati non si scorgeva solo una «imitazione della natura, ma piuttosto la natura stessa arrestata quasi nel suo corso, e sorpresa nei suoi più deliziosi momenti» Ma il risultato più grandioso l’ottenne allorché all’interno del convento dei Minimi di Parma compose una «piramide sorprendente» con 52 di questi cilindri, «i quali corrispondono per mezzo di molle a un manubrio, che li fa girare come più piace, ciascuno sul suo asse, e varia continuamente la composizione di questo gruppo ammirabile»[5].

Che queste preparazioni di Fourcault avessero contemporaneamente un valore e un’utilità scientifici e artistici è dimostrato da quanto scrissero vari periodici al momento della morte del religioso. In essi si diceva che i cilindri di vetro servivano ad ampliare la conoscenza del mondo della natura e, più in particolare, a facilitare piacevolmente lo studio dell’ornitologia, ma inoltre potevano essere utilizzati come originali arredamenti e decorazioni per appartamenti e gallerie addirittura preferibili alle ‘cineserie’ allora così di moda. Infine essi potevano rappresentare dei «perfetti modelli» per «disegnatori» e «pittori di uccellami e di paesaggi». Insomma anche queste ‘creazioni’ di Fourcault rappresentavano una perfetta realizzazione del precetto oraziano Miscere utile dulci, che peraltro più di un secolo prima aveva già guidato – come da lui stesso esplicitato nella Prefazione della sua Perspective curieuse (1638) – la ricerca nel campo dell’ottica e della scienza prospettica di un confratello dell’ornitologo, il padre Jean-François Niceron[6]. Un atteggiamento, questo dei due Minimi, assai comune all’interno soprattutto dell’ala francese del loro ordine nell’età moderna, ove ad un interesse per la ricerca scientifica, in disinibito scambio dialogico con un Galileo o un Cartesio (M. Mersenne), si sommavano una singolare predisposizione all’eclettismo e il possesso di molteplici abilità manuali (oltre a Niceron e Fourcault, si pensi, per esempio a Plumier).


Figura - Studi sull'Immagine nella Tradizione Classica, nº 2, 2014.




[1] D. Mornet, Les sciences de la nature en France, au XVIII siècle. Un chapitre de l’histoire des idées, Paris 1911, pp. 36-37.

[2] Indico qui, una volta per tutte, gli studi già da me dedicati a questi religiosi e ai quali si può ricorrere per più ampie informazioni: I Cappuccini e la scienza nell’età moderna, in I Cappuccini in Emilia-Romagna. Storia di una presenza, a cura di G. Pozzi e P. Prodi, Bologna 2002, pp. 289-302; Lettere di Fra Gregorio da Reggio, cappuccino e botanico del tardo Rinascimento, in Musa Musaei. Studies on Scientific Instruments and Collections in Honour of Mara Miniati, a cura di M. Beretta, P. Galluzzi, C. Triarico, Firenze 2003, pp. 117-139; Padre Cesare Majoli, «uomo laboriosissimo per la storia naturale», in Sculture di carta e alchimie di parole. Scienza e cultura nell’età moderna: voci della Romagna, a cura di E. Casali, Bologna 2008, pp. 165-202; Lavorare per i libri degli altri. Padre Matteo di S. Giuseppe medico, botanico e disegnatore di piante, «qui nomine suo nihil edidit», in Belle le contrade della memoria. Studi su documenti e libri in onore di Maria Gioia Tavoni, a cura di F. Rossi, P. Tinti, Bologna 2009, pp. 53-79.

[3] Sul «rapporto radicale» degli artisti padani con il mondo della natura rimangono fondamentali gli studi di F. Arcangeli, tra i quali va ricordato almeno Natura ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, cat. critico della mostra, Bologna 1970.Questi studi sono poi stati ripresi e ampliati in più direzioni da V. Fortunati Pietrantonio, L’immaginario degli artisti bolognesi tra Maniera e Controriforma: Prospero Fontana (1512-1597), in Le arti a Bologna e in Emilia dal XVI al XVII secolo (vol. IV degli Atti del XXIV Congresso Internazionale di Storia dell’Arte), a cura di A. Emiliani, Bologna 1982, pp. 97-111; Pittura bolognese del ‘500, a cura di V. Fortunati Pietrantonio, Casalecchio di Reno 1986, 2 voll., passim; Lavinia Fontana 1552-1614, cat. della mostra a cura di V. Fortunati Pietrantonio, Milano 1994; A. Ghirardi, Per una lettura di due ritratti di famiglia di Bartolomeo Passerotti, in «Itinerari», II (1981), pp. 57-65; Ead., Bartolomeo Passerotti pittore (1529-1592). Catalogo generale, Rimini 1990. Per quanto riguarda i riflessi di questo atteggiamento nel campo della storia naturale cfr. G. Olmi, Museums on paper in Emilia-Romagna from the sixteenth to the nineteenth centuries, in “Archives of Natural History”, XXVIII (2001), pp. 157-178; Id:, Bologna nel secolo XVI: una capitale europea della ricerca naturalistica, in Crocevia e capitale della migrazione artistica: forestieri a Bologna e bolognesi nel mondo (XV-XVI secolo), a cura di S. Frommel, Bologna 2010, pp. 61-80.

[4] Cfr. G. Olmi L’arca di Noè. La natura “in mostra” e le sue meraviglie, in Stanze della meraviglia. I musei della natura tra storia e progetto, a cura di L. Basso Peressut, Bologna 1997, pp. 48-74; Id, Lo studio della natura a Parma nel tramonto dell’antico regime, in Un Borbone tra Parma e l’Europa. Don Ferdinando e il suo tempo (1751-1802), Atti del Convegno internazionale di studi, a cura di A. Mora, Reggio Emilia 2005, pp. 167-169.

[5] Pure durante un soggiorno a Roma, nel «Gabinetto» del convento del suo ordine a Trinità dei Monti, «ove egli dimorava», allestì «una Piramide a quattro appartamenti composta da venti grandi cristalli, da una campana di vetro, e da un cilindro, il tutto incassato con molta esattezza, sonovi racchiusi 116 ucelli».

[6] Cfr. P.J.S. Whitmore, The Order of Minims in seventeenth-century France, The Hague 1967, pp. 157-158.


© 2013 FIGURA - Studi sull'Immagine nella Tradizione Classica